La rivolta degli obesi “I magri sono razzisti”

L’America del ventunesimo secolo deve fare i conti col «grassismo». La discriminazione nei confronti delle persone obese è un fenomeno dilagante, reso più diffuso dalla lacuna legislativa che impedisce interventi sanzionatori. Lo rivela uno studio dell’Università di Yale: mentre razzismo e sessimo sono comportamenti puniti dalle leggi americane, da nessuna parte – eccetto il Michigan – esistono provvedimenti contro il «grassismo».

«Una forma di discriminazione che riguarda sia i rapporti interpersonali sia quelli professionali», spiega lo studio pubblicato dall’Internal Journal of Obesity, secondo cui gli episodi sono talvolta superiori a quelli di discriminazione razziale, sessuale o basata sull’età. «L’emarginazione dei grassi è accettata dalla nostra società – avverte l’autrice della ricerca, Rebecca Puhl – e non fa altro che rafforzare il fenomeno dell’obesità». Le vittime tendono infatti a far gruppo trovando rifugio e consolazione nel cibo. A farne le spese sono in particolare le donne, più vulnerabili degli uomini anche perché devono fare i conti con l’obesità fin da giovanissime.

Puhl e la collega Tatiana Andreyeva hanno analizzato una serie di dati raccolti su un campione di 3437 adulti, tra il 1995 e il 1996, aggiornandolo con altri dati relativi al 2006. Il risultato non ammette dubbi: a differenza della discriminazione basata su sesso, razza, età e credo religioso, il «grassismo» è ampiamente tollerato. Anche perché mentre il colore della pelle, l’essere uomo o donna oppure nero o bianco sono caratteristiche innate, i chili di troppo dipendono, secondo i più, esclusivamente dalle cattive abitudini di vita della persona.

«E’ il corollario di una società che premia le apparenze – spiega la Puhl – essere in forma è un valore importante nella nostra cultura, perché indice di attenzione alla salute e fatica fisica, mentre i chili di troppo sono considerati riflesso di un carattere debole e di scarsa autodisciplina». E’ per questo, secondo la ricercatrice, che la società – anche se moderna e civile come quella americana – tollera comportamenti discriminatori nei confronti degli obesi: in sostanza se una persona non controlla il suo peso merita di essere criticata. «Questo è un ragionamento pericoloso perché rischia di creare emarginazione e accrescere il problema», ribadisce l’autrice. Avere chili di troppo dipende principalmente da una dieta sbagliata, specie negli Usa dove i consumi di «cibo spazzatura» sono in continua crescita. Ma può dipendere da fattori genetici o da patologie ormonali, le stesse che rendono difficile dimagrire.

Secondo l’Istituto nazionale per la salute pubblica è già complicato per una persona senza disturbi fisici eliminare il 10% del peso. Questo vuol dire che un soggetto di 150 chili ne può perdere 15 ma rimane sovrappeso anche se è alto due metri. Come misura di riferimento gli esperti utilizzano il Bmi, ovvero l’indice di massa corporea che mette in relazione peso e altezza. Un Bmi normale va da 18,5 a 24,9 punti, mentre l’obesità inizia dai 30 e arriva anche a 40 punti.

Puhl osserva c’è una netta differenza fra uomini e donne: i primi non sono a rischio discriminazione sino a 35 punti, le donne iniziano a essere emarginate già dai 27. Basta qualche chilo di troppo e ognuno può diventare vittima di una discriminazione favorita dall’immobilismo delle autorità federali.

Francesco Semprini

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